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Le altre lettere neotestamentarie differiscono da quelle paoline almeno per tre motivi:
sono indirizzate a più comunità contemporaneamente, non presuppongono problematiche
particolari, ma generali; sono discorsi scritti o trattati piuttosto che lettere.
Le lettere di Giacomo, Giuda e Pietro, insieme alle tre lettere di Giovanni,
sono dette tradizionalmente "lettere cattoliche", cioè non dirette ad una
singola comunità, ma a tutti i cristiani, come accade per la maggioranza di questi
scritti.
La lettera agli Ebrei è una predica dotta, messa per iscritto e inviata a
cristiani di origine ebraica, che si lasciavano prendere dalla nostalgia per il culto
fastoso del tempio di Gerusalemme ed erano tentati di disertare le assemblee cristiane per
ritornare all'ebraismo. Ad essi l'autore dello scritto, un letterato colto d'Alessandria e
buon conoscitore della Bibbia greca, rivolge un caldo invito alla perseveranza nella fede
e nella vita cristiana. L'esortazione alla fedeltà (cf. Eb 10,19-13,24) è la
conseguenza di un discorso teologico con il quale l'autore mette in evidenza la superiore
dignità del Cristo nei confronti degli angeli (cf. Eb 1-2), la superiore efficacia
del sacerdozio di Gesù nei confronti della mediazione di Mosè e del sacerdozio levitico
anticotestamentario (cf. Eb 3-7), la superiorità del culto, del santuario e della
mediazione d'alleanza del Cristo sacerdote (cf. Eb 8,1-10,18).
Anche la lettera di Giacomo, "fratello di Gesù", cioè suo parente
stretto e capo della comunità di Gerusalemme fino al 62 d.C., anno della sua morte, è
una sintesi dei suoi discorsi su diversi aspetti della vita cristiana, specie di
comportamento: ascolto e attuazione della Parola (cf. Gc 1,16-26), attenzione
fattiva ai poveri (cf. Gc 2,1-13), fede attuata dalle opere (cf. Gc
2,14-26), attenzione ai peccati di lingua (cf. Gc 3,1-12) e alle discordie interne
(cf. Gc 4,1-12), avvertimenti ai ricchi (cf. Gc 4,13-5,6), pazienza
nell'attesa della venuta del Signore (cf. Gc 5,7-11), esortazioni finali (cf. Gc
5,12-20). Mancano indicazioni nella lettera per definire la datazione, che può ben essere
anteriore all'anno 62, ma anche posteriore ad esso.
La lettera di Giuda, fratello di Giacomo, può non essere dell'apostolo. Affronta
infatti una situazione posteriore all'epoca apostolica, tipica degli anni intorno all'80
d. C. Lo scritto mette in guardia da predicatori ambulanti, che si introducono nelle
Chiese per corrompervi la fede e i costumi. Questa volta non si tratta di
giudeo-cristiani, ma di cristiani di tendenze gnostiche, che tentano di tramutare il
cristianesimo in un mito.
Sulle due lettere di Pietro si discute se la prima sia dell'apostolo; l'altra
certamente non lo è - se non altro perché il cap. 2 è una rielaborazione della lettera
di Giuda - ed è da ritenersi invece l'ultimo scritto neotestamentario (tra il 100 e il
125 d.C.). Ambedue le lettere hanno di mira sia fatti esterni alla comunità, cioè la
persecuzione che colpisce i cristiani, sia fatti interni, come il turbamento portato dai
soliti predicatori itineranti. Ai destinatari della prima lettera l'apostolo manda a dire
che la persecuzione fa parte dell'autentica vita cristiana (cf. 1 Pt 3,13-18;
4,12-19; 5,6-11); alle comunità sconvolte dalle eresie (cf. 2 Pt 2,1-3.10-22)
l'autore della seconda lettera rivolge l'invito a essere fedeli alla tradizione apostolica
(cf. 2 Pt 2,16-18) e alla parola profetica (2 Pt 2,19-21), per essere pronti nel
giorno del Signore che non tarda a venire (cf. 2 Pt 3,9-10.14-18).
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